SPERO NON RIPOSI IN PACE
[....]L'11 settembre 1973, tradendo la fiducia del Presidente Allende, lo destituì con un cruento colpo di stato militare. I leader del golpe usarono aerei da combattimento Hawker Hunter per bombardare il Palazzo Presidenziale che ospitava Allende, che rifiutò di arrendersi e morì (si sarebbe suicidato). Pinochet fu nominato a capo del concilio di governo della giunta vittoriosa, e si mosse per frantumare l'opposizione liberale del Cile, arrestando approssimativamente 130.000 individui in un periodo di tre anni.
Il ruolo di Pinochet nella pianificazione del colpo di stato è soggetto a discussioni. È comunemente accettato che Pinochet sia stato il capo dei congiuranti il colpo di stato e che usò la sua posizione di Comandante dell'Esercito per coordinare un piano ad ampio raggio con le altre forze militari. Questa è la versione degli eventi che Pinochet stesso conferma nelle sue memorie. In anni recenti, comunque, alti ufficiali militari del tempo hanno raccontato che Pinochet fu coinvolto in modo riluttante nel colpo di stato, solo pochi giorni prima che questo avvenisse. Quale che sia la verità, una volta che la Giunta fu al potere, Pinochet presto consolidò il suo controllo su di essa, prima divenendo il solo presidente della giunta (che originariamente avrebbe dovuto ruotare tra i suoi membri), e quindi proclamando sé stesso Presidente della Repubblica. In contrasto con la maggior parte delle altre nazioni dell'America Latina, il Cile aveva avuto, prima del colpo di stato, una lunga tradizione di governi democratici civili; l'intervento militare in politica era stato raro. Alcuni ricercatori politici hanno ascritto la sanguinosità del colpo di stato alla stabilità del sistema democratico esistente, che richiese azioni estreme per essere rovesciato.
La politica economica di Allende implicava il possesso da parte dello stato di molte compagnie chiave, soprattutto le miniere di rame possedute dagli U.S.A. Una grossa porzione della popolazione diede il benvenuto all'intervento dei militari per porre fine al caos prodotto dalla politica economica di Allende e dall'opposizione politica interna supportata dall'estero, che culminò nello sciopero nazionale dei trasportatori privati. Pinochet promise di promuovere lo sviluppo di un mercato più aperto, o per usare le sue parole "di fare del Cile non una nazione di proletari, ma una nazione di imprenditori". Il governo di Allende era in rapporti amichevoli con Cuba. Archivi declassificati degli USA provano che gli Stati Uniti d'America approvarono fondi per azioni che prevenissero l'elezione di Allende e, più tardi, per destabilizzare il suo governo. Il ruolo degli USA nel colpo stesso non è stato stabilito, ma un documento rilasciato dalla Central Intelligence Agency (CIA) nel 2000 intitolato "CIA Activities in Chile" rivelava che la CIA supportò attivamente la giunta militare prima e dopo il rovesciamento di Allende e che essa fece di molti ufficiali di Pinochet degli agenti pagati dalla CIA o dai militari USA, anche se l'agenzia sapeva che erano coinvolti in sistematiche e ampie violazioni dei diritti umani.
La repressione
La violenza e il bagno di sangue del colpo di stato continuarono durante l'amministrazione di Pinochet. Una volta al potere, Pinochet governò con il pugno di ferro. I dissidenti che erano stati assassinati per aver pubblicamente parlato contro la politica di Pinochet venivano definiti "scomparsi". Non si sa esattamente quanta gente sia stata uccisa dalle forze del governo e dei militari durante i 17 anni che rimase al potere, ma la Commissione Rettig elencò 2.095 morti e 1.102 "scomparsi". I dissidenti invece diedero stime molto più alte, fino a 80.000 morti. Tra le vittime, ucciso nello stadio di Santiago insieme a molti altri, anche il regista e cantante Victor Jara. Anche la tortura era usata comunemente contro i dissidenti. Migliaia di cileni lasciarono il paese per sfuggire al regime.
La presidenza di Pinochet era frequentemente resa instabile da sollevazioni e da isolati attacchi violenti. I tentativi di assassinio erano comuni, il che aumentò la paranoia del governo e per alcuni alimentò il ciclo dell'oppressione. La situazione in Cile raggiunse l'attenzione internazionale nel Settembre 1976 quando Orlando Letelier, un ex-ambasciatore cileno negli Stati Uniti e ministro del governo Allende, fu assassinato con un'auto bomba a Washington. Il Generale Carlos Prats, predecessore di Pinochet come comandante dell'esercito, che si era dimesso piuttosto che sostenere le azioni contro Allende, era morto in circostanze simili a Buenos Aires, Argentina due anni prima. Nell'ottobre del 1999, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti declassificò una collezione di 1.100 documenti prodotti da varie agenzie degli USA che trattavano degli anni che portarono al colpo di stato militare. Uno di questi documenti diede indicazione della scala della collaborazione degli USA con Pinochet. Si stima che l'aiuto militare USA era cresciuto drammaticamente tra la venuta al potere di Allende nel 1970, quando ammontava a 800.000 dollari all'anno, fino a 10,9 milioni di dollari nel 1972, quando il colpo di stato avvenne. Il 10 di Settembre del 2001, una causa fu intentata dalla famiglia del Generale René Schneider, una volta capo dello staff del generale cileno, accusando il precedente Segretario di Stato Henry Kissinger di aver preparato il suo assassinio nel 1970 per essersi opposto al colpo di stato militare [2]. Nonostante il regime di Pinochet sia durato 17 anni, non tutti i Paesi riconobbero il nuovo Governo. L'Italia e la Svezia non riconobbero mai il cambio degli ambasciatori, e formalmente rimasero in carica quelli nominati da Salvador Allende.
Ritorno alla democrazia
In accordo con le norme transitorie della Costituzione del Cile, un plebiscito fu tenuto nell'Ottobre del 1988, per votare un nuovo mandato presidenziale di 8 anni per Pinochet. Nel plebiscito, a sorpresa i sostenitori del "NO" vinsero con il 58% dei voti e, ancora in accordo con le norme della costituzione, elezioni libere furono tenute l'anno successivo. Pinochet lasciò la presidenza l'11 marzo del 1990. A causa delle norme transitorie della costituzione, Pinochet rimase il comandante in capo dell'esercito fino al marzo 1998. Una volta abbandonata questa carica, egli prese il posto di senatore a vita, grazie ad un articolo della costituzione che egli stesso aveva scritto per i presidenti rimasti in carica almeno sei anni. Il suo mandato senatoriale rese più dura una eventuale incriminazione in Cile.
L'arresto
Nell'ottobre del 1998, mentre si trovava a Londra Pinochet fu arrestato e fu posto agli arresti domiciliari, prima nella clinica nella quale era appena stato sottoposto ad un intervento chirurgico alla schiena e poi in una residenza in affitto. Il mandato di arresto era stato emesso dal giudice spagnolo Baltasar Garzón per crimini contro l'umanità e le accuse includevano 94 casi di tortura contro cittadini spagnoli e un caso di cospirazione per commettere tortura. La Gran Bretagna aveva solo di recente firmato la convenzione internazionale contro la tortura, e tutte le accuse erano per fatti avvenuti negli ultimi 14 mesi del suo regime.
Il governo del Cile si oppose al suo arresto, alla sua estradizione e al suo processo. Ci fu una dura battaglia legale nella Camera dei Lords, il massimo organo giurisdizionale britannico, che durò 16 mesi. Pinochet rivendicò l’immunità diplomatica in quanto ex capo di Stato, ma i Lords gliela negarono in considerazione della gravità delle accuse e concessero l’estradizione, pur con vari limiti. Poco tempo dopo però una seconda pronuncia della Camera dei Lords consentì a Pinochet di evitare l’estradizione a causa delle sue precarie condizioni di salute (aveva 82 anni al momento del suo arresto). Questa soluzione fu sostenuta con calore anche da Margaret Thatcher e George H. W. Bush, mentre venne osteggiata da Amnesty International e dalla Fondazione medica per la cura delle vittime della tortura, che contestavano la fragilità delle condizioni mediche di Pinochet. Dopo alcuni accertamenti sanitari, l’allora ministro degli esteri britannico Jack Straw consentì a Pinochet di fare ritorno nel suo Paese. Al suo rientro in Cile (2 marzo 2002), comunque, un giudice era stato nominato per indagare contro di lui a seguito di numerose accuse.
Nonostante il suo rilascio per cause di cattiva salute, la detenzione di Pinochet in uno stato straniero per crimini contro l’umanità commessi nel suo Paese costituisce un punto di svolta molto rilevante nel diritto internazionale. Il mandato d’arresto emesso da Baltasar Garzón si fondava infatti in maniera significativa sul principio della giurisdizione universale: alcuni crimini internazionali sono talmente gravi che qualsiasi Stato può procedere con la loro punizione.
Processo in patria
Nel 2000 la Corte d'Appello di Santiago votò 13 a 9 per togliere a Pinochet l'immunità parlamentare, ed egli venne quindi inquisito. Comunque, il caso venne annullato dalla Corte Suprema per motivi medici (demenza vascolare) nel luglio 2002. Poco dopo il verdetto, Pinochet si dimise dal Congresso, e visse quietamente da ex senatore. Fece rare apparizioni pubbliche, e fu soprattutto assente dagli eventi che celebravano il 30° anniversario del golpe, l'11 settembre 2003. Il 28 maggio 2004 la Corte d'Appello votò 14 a 9 per revocare lo stato di demenza di Pinochet, e quindi la sua immunità al processo. Nel sostenere il suo caso, l'accusa presentò una recente intervista televisiva concessa da Pinochet ad un canale televisivo di Miami. I giudici trovarono che l'intervista sollevava dubbi sulle reali facoltà mentali di Pinochet. Il 26 agosto 2004, con un voto di 9 a 8 la Corte Suprema confermò la decisione che Pinochet dovesse perdere l'immunità senatoriale ed affrontare il processo, portando i suoi critici a sperare che verrà giudicato per abuso dei diritti umani. Come parte importante del processo, il suo reale stato di salute mentale è stato valutato da un gruppo di esperti proposto dal giudice e dalle parti (12 ottobre 2004). Il 2 dicembre 2004 la Corte d'Appello di Santiago del Cile ha tolto a Pinochet l'immunità dal processo per l'assassinio del suo predecessore, generale Carlos Prats, che fu ucciso nel 1974 da un'autobomba mentre era in esilio in Argentina. Dal 13 dicembre 2004 è agli arresti domiciliari. Lo ha annunciato il giudice Juan Guzman, il magistrato che sta indagando sul ruolo di Pinochet nella "Operazione Condor", il piano concordato negli anni Settanta tra le dittature latinoamericane per reprimere l'opposizione ai diversi regimi. Nel gennaio del 2005 viene pubblicato il Raporto Valech il quale ha indicato in 35.000 i casi di torture commesse dal regime, di cui 28.000 provate.
La Riggs Bank]
Un comitato investigativo del Senato degli Stati Uniti, ha rilasciato il 15 luglio 2004, dopo un anno di lavori, un rapporto sulla Riggs Bank, che controllò tra i quattro e gli otto milioni di dollari del patrimonio di Pinochet. Secondo il rapporto, la Riggs partecipò al riciclaggio di denaro per conto di Pinochet, costituendo società di comodo offshore (riferendosi a Pinochet solo come a "un ex funzionario pubblico") e nascondendo i suoi conti correnti alle agenzia regolatrici. Il rapporto diceva che le violazioni erano "sintomatiche di una scorretta e, a volte, inefficace applicazione di tutte le regolamentazioni bancarie federali o del compimento da parte della banca degli obblighi contro il riciclaggio di denaro". Cinque giorni dopo una corte cilena aprì formalmente un'investigazione sulle finanze di Pinochet, per la prima volta, con accuse di frode, appropriazione indebita di fondi e corruzione. Quindi, poche ore dopo, il procuratore di stato del consiglio di difesa statale del Cile (Consejo de Defensa del Estado), presentò una seconda richiesta allo stesso giudice per investigare sul patrimonio di Pinochet, ma senza accusarlo direttamente di reati. Il 1 ottobre 2004 il Servizio delle Imposte Interne cileno (Servicio Impuestos Internos) istruì un azione legale contro Pinochet, accusandolo di frode ed evasione fiscale, per un totale di 3,6 milioni di dollari in conti di investimento alla Riggs, tra il 1996 e il 2002. Pinochet potrebbe affrontare sanzioni per un totale pari a tre volte tale somma e la condanna al carcere se condannato.
Gli ultimi anni
Dall'età di 83 anni ha vissuto nella sua villa di Santiago, afflitto da problemi di salute ed inseguito dalla giustizia cilena per le atrocità commesse durante gli anni in cui governò il Paese. Pur essendo finito per ben quattro volte agli arresti domiciliari (l'ultima delle quali il 30 ottobre 2006 per i crimini avvenuti nel centro di detenzione clandestino Villa Grimaldi) riesce ad evitare fino alla fine un processo vero e proprio.
Il 2 dicembre 2006, all'età di 91 anni, viene ricoverato in un ospedale militare di Santiago per un arresto cardiaco e un edema polmonare, ed subisce un intervento di by-pass. Il giorno seguente si aggrava ulteriormente, al punto tale da ricevere il sacramento dell'estrema unzione.
Il 10 dicembre 2006 muore per scompenso cardiaco presso l'Ospedale Militare di Santiago del Cile.
ALCUNE CONSIDERAZIONI
-A mio parere i suoi oppositori hanno poco da rallegrarsi per la morte in quanto è riuscito comunque ad evitare la condanna, proprio adesso che la strada giudiziaria si era spianata. Ho sentito proprio stamattina alcune interviste a ex-perseguitati ed a discendenti di Allende che si rammaricano per IL decesso
-Un buon dibattito andrebbe fatto sul lascito del dittatore; anche se politicamente era un cadavere già da tempo resta il fatto che il suo impatto simbolico sia notevole ancora oggi anche se la destra cilena, soprattutto in chiave propagandistica, abbia cercato di dissociarsi dalla sua figura
-Ricorderei anche a tutti i filo-yankee di ricordare anche questo 11/9, quello del colpo di stato, i morti innocenti sono morti innocenti, siano essi americani, cileni o argentini (e ovviamente palestinesi, iracheni e via dicendo)
-Resta comunque doveroso ricordare i morti, i torturati, Allende (leggete "una sporca storia di Sepulveda" che a tratti ne parla) e sperare che adesso, riposando per sempre, non lo faccia in pace.
